Fisco competitività e benessere: la gestione del fisco
Fisco competitività e benessere di un Paese sono strettamente collegati, il mantenimento del loro equilibrio è indispensabile per la garantire livelli alti e sostenibili nel tempo della qualità della vita e della civiltà di un popolo.
Le entrate fiscali, raccolte sia a livello centrale che periferico, sono costituite dal cumulo di due categorie di entrate, quelle tributarie (dirette e indirette) e quelle contributive (per approfondire).
Il volume delle entrate fiscali deve essere proporzionale alle uscite statali e mantenersi a livelli costanti negli anni. A parità di spese dello Stato, un calo delle entrate determina un peggioriamento del deficit di bilancio e la crescita del debito pubblico .
A pari volume di entrate la combinazione tra le varie fonti di entrate fiscali adottata (tax mix) gioca un ruolo importante. Infatti differenti tax mix provocano differenti effetti sulla prosperità economica e la distribuzione del reddito nel paese.
Tax mix: un difficile cocktail
Ogni Paese ha un suo sistema fiscale, ogni sistema fiscale “raccoglie” diversi volumi di entrate da ognuna delle tipologie di imposte o contributi che si possono mettere in campo. Questo significa che ogni sistema fiscale “sceglie” su quale imposta puntare in modo più o meno marcato. Ne consegue che sono possibili moltissime “miscele di tasse”.
Con tax mix si intende la miscela dei vari tipi di entrate adottata da ogni sistema fiscale, vale a dire le percentuali tra entrate tributarie derivate dalle varie tipologie: dirette e indirette, contributive.
Solitamente nei sistemi fiscali dei paesi avanzati, simili al nostro, troviamo tre grandi categorie di entrate imposte dirette, imposte indirette e contributi sociali. Normalmente le tre voci presentano volumi di entrate di grandezza paragonabile tra loro, ma non uguale. Ogni sistema fiscale adotta una propria “ricetta” che si caratterizza per la differenza di qualche punto percentuale tra le tre macrovoci.
La ricetta del cocktail cambia nel tempo
Nel nostro Paese un paio di decenni fa primeggiava la voce dei contributi sociali al 35%, poi imposte dirette al 34% e indirette al 29% (poi altri spiccioli).
Al 2019 in Italia il tax mix vede al 34% imposte indirette, al 33% le dirette e i contributi sociali al 32%. I cambiamenti rispetto vent’anni fa possono erroneamente sembrare trascurabili ma hanno sensibili effetti pratici.
La modifica del tax mix a favore delle imposte indirette implementata in questi vent’anni fu realizzata studiando gli effetti attesi dall’applicazione dei differenti tipi di imposta.
E’ ormai consolidato che le imposte indirette su consumi e patrimonio (IVA, IRAP) producano nel lungo periodo, effetti meno penalizzanti sulla crescita del PIL rispetto le imposte dirette sul reddito di persone e società (IRPEF, IRES). Questo perchè l’economia tende a svilupparsi meglio quando le imposte impattano meno sulle decisioni economiche di singoli ed imprese, e in questo caso sono proprio le imposte indirette quelle con minor impatto. Privilegiare le imposte indirette aumenta l’efficienza del sistema tributario ma ha anche l’effetto di abbassarne l’equità a danno dei redditi medio bassi con conseguente stagnazione dei consumi. Spostare il mix a favore delle imposte indirette è il primo passo ma per evitare gli effetti collaterali negativi bisogna arrivare a un giusto equilibrio.
Ottimizzare il mix
Una volta raggiunto un ragionevole livello di imposte indirette, per migliorare il rapporto tra fisco competitività e benessere, si possono fare delle scelte. Una delle leve che si può utilizzare è tagliare alcune imposte dirette in modo di aumentare reddito e disponibilità economica dei contribuenti.
L’effetto atteso della manovra è quello di un aumento del reddito procapite (primo effetto positivo) che stimolerà un incremento del benessere e dei consumi (secondo effetto positivo). Di conseguenza è atteso un incremento delle entrate indirette sui consumi, compensando così il calo di entrate dirette iniziale. Sarebbe una manovra “neutra” per le casse statali (siamo a “pari prelievo fiscale”) ma favorevole all’economia (terzo effetto positivo).
Le ipotesi di taglio sulle imposte dirette sono varie, possono essere applicati mix di tagli tra le varie voci o puntare solo su una voce, da quì nascono i confronti politici su cosa conviene tagliare: imposte sul reddito da società, Irpef differendo per i vari scaglioni di reddito, tassa sulla casa ecc.
Detto così sembra semplice poi nella realtà altre variabili possono ostacolare l’atteso decollo dei consumi, come gli aumenti del costo della vita, l’inflazione ecc. e tutto si complica. Questo tipo di manovre purtroppo risentono dell’effetto della contingenza economica in atto, sia locale che globale, se il quadro tende molto al negativo si rischia di ottenere solo un minor gettito fiscale frutto dei tagli introdotti sulle imposte dirette.
L'enigma del cuneo fiscale
Altra possibilità di incidere sul Tax Mix è quella del taglio del cosiddetto Cuneo Fiscale. Per intenderci pensiamo alla differenza tra stipendio lordo e netto, frutto di tutte quelle imposte, dirette indirette e contributi che impattano sul costo del lavoro (un campo adatto a un mix di tagli). Principalmente si opera su IRAP e/o su IRPEF. L’operazione su IRAP sgrava costi alle imprese e diminuisce il costo del lavoro. Agendo su IRPEF aumenta il “reddito netto” di lavoratori dipendenti e autonomi.
Si potrebbe anche optare per una “fiscalizzazione” cioè l’abbattimento di parte dei CONTRIBUTI PREVIDENZIALI a carico di lavoratori e/o imprese. Ipotesi ultimamente poco gettonata forse perchè legata agli equilibri del delicato sistema previdenziale. Solitamente l’intervento sul cuneo fiscale prende la forma di una detrazione applicata al momento della dichiarazione dei redditi.
Nella manovra 2021 si parla di taglio sia di IRPEF che di IRAP.
In Italia il cuneo fiscale nel 2020 è al 48%, tra i più alti dei Paesi OCSE la cui media è al 36%. Questa è una delle cause che mette i lavoratori italiani nelle condizioni di ricevere stipendi netti più bassi di altri Paesi. Ad onor del vero Belgio e Germania hanno “cunei” più alti di noi. Ovviamente più il cuneo è basso meglio è ma non esiste un valore di cuneo ideale universale. E’ ogni sistema impositivo (tax mix) che determina il cuneo e ogni sistema deve trovare il suo punto di confort.
Fisco competitività e benessere: fisco vs benessere
La pressione fiscale è il male assoluto?
Per pressione fiscale si intende il rapporto tra le entrate fiscali di un Paese e il suo PIL prodotto interno lordo annuo. Il PIL è calcolato come somma dei beni e servizi finali prodotti in un paese, in Italia nel 2019 è pari a 1.790 miliardi, con trend in calo dal 2005 in poi.
Essendo un rapporto tra due valori, l’indice della pressione fiscale varia al loro variare. L’indice migliora se si massimizza il PIL rispetto le entrate. In una situazione ottimale avremo volumi di entrate costanti, sarà allora l’orientamento annuo del PIl a decidere.
Entrambi i fattori che determinano l’indice di pressione fiscale sono influenzati dall’andamento generale del contesto economico. Se il quadro economico peggiora a catena calano consumi, PIL e poi anche le le entrate.
Paradossalmente una crisi può abbassare l’indice di pressione fiscale determinando un calo delle entrate ma non è evento positivo, ne risente il deficit. E’ sempre meglio che l’economia “tiri” e il PIL cresca, anche in presenza di una pressione fiscale maggiore.
Storicamente nel nostro paese l’indice di pressione fiscale sale o scende di circa 1 punto annuo, questi ondeggiamenti hanno portato a un aumento complessivo di circa 3 punti percentuali negli ultimi venti anni. Nel 2019 l’indice era 42,44%, si consideri che la media dei paesi OCSE (quelli più sviluppati) è circa 33,5%. Va detto che storicamente la Francia ha un indice leggermente superiore al nostro e Germania, Spagna e Gran Bretagna leggermente migliore via via nell’ordine.
Alcune curiosità che inquietano
Per curiosità segnaliamo che quella di cui parliamo è definita “pressione fiscale apparente“. Nel suo calcolo al PIL sono inglobati anche la stima del lavoro sommerso, dei redditi da attività illegali e dell’evasione fiscale. Esiste una “pressione fiscale legale” calcolata solo in base al PIL legale da redditi dichiarati, che è superiore a quella apparente e grava solo su chi rispetta la legge.
Altra nota è che l’indice di pressione fiscale è un valore medio nei confronti dell’intera popolazione, alcune categorie possono trovarsi nella realtà sottoposti a indici di tassazione effettivi superiori o inferiori al medio. Si parla allora di aliquota fiscale effettiva, per categoria.
Tra benessere e pressione fiscale


Ovvio che nessuno tifa per un aumento della pressione fiscale, più scende più tutti ne siamo felici. La nostra “felicità” però non è influenzata solo dal livello di pressione fiscale. Incidono anche altre componenti che contribuiscono alla qualità della vita e che rivestono maggior peso della pressione fiscale.
Stiamo parlando del quadro generale di un Paese, la qualità dei servizi ai cittadini, il loro benessere economico e sociale, la qualità del rapporto con le istituzioni, le prospettive per le nuove generazioni, le opportunità per le attuali generazioni, il livello di coesione sociale, il livello di civiltà.
In definitiva la pressione fiscale è il prezzo che tutti paghiamo per garantirci quei servizi, quelle strutture, e quelle situazioni che determinano il nostro benessere e qualità di vita. Per valutare se una pressione fiscale sia eccessiva a no dobbiamo comparare con la qualità della vita che ne otteniamo in cambio. La pressione fiscale va inserita nel contesto generale del Paese.
Ognuno avrà la propria opinione, c’è chi ritiene di ottenere poco per quel che paga e viceversa, ci sta tutto infatti ogni caso individuale è differente come spiega il caso dell’aliquota fiscale effettiva. Quel che però dovrebbe essere chiaro per tutti è il ruolo centrale che ha la Pubblica Amministrazione in questo contesto, essa con il suo livello di prestazioni è determinante per il buon funzionamento di tutto quello che il cittadino “compra” quando contribuisce alle entrate fiscali.
Tra le altre componenti in gioco, anche una buona Amministrazione Pubblica può rendere accettabile una pressione fiscale più alta ma non viceversa, nessuno è felice di pagare molto per avere merce scadente.
Fisco competitività e benessere: fisco vs competitività
La competitività di un Paese corrisponde alla sua capacità di attrarre investimenti dai mercati mondiali. (per approfondire)
Una stima della competitività di un sistema Paese nei confronti degli altri può essere fatta utilizzando parametri relativi all’efficienza del suo sistema fiscale.
Non sono ne la pressione fiscale ne le aliquote di tassazione dei profitti (IRAP-IRES) i parametri più adatti a misurare la competitività dei Paesi.
OCSE adotta due parametri specifici per misurare e confrontare la competitività tra Paesi.
EATR aliquota effettiva media che misura il carico fiscale medio per azienda. Indicatore utile a decidere in quali territori e su quali progetti investire.
EMTR aliquota effettiva marginale, misura l’incidenza d’imposta sui profitti societari.
Nel 2019 OCSE calcolava per l’Italia un EATR del 20,7% e un EMTR del 56,3%, nel contesto mondiale si tratta di due buoni valori che dovrebbero certificare la nostra buona competitività. Purtroppo questo è vero solo sulla carta, in realtà non godiamo di grande attrattiva verso i capitali stranieri.
Il punto è che non sono sufficienti alcuni indici calcolati, in realtà anche altri fattori critici determinano l’effettivo grado di competitività nazionale, stiamo parlando della qualità e del costo del lavoro, della qualità delle infrastrutture, dell’efficienza del contesto legale e della Pubblica Amministrazione. E’ sotto questo aspetti che che l’Italia viene pesata dai mercati e si fa preferire da troppi concorrenti, il cui numero è in continuo aumento.
E’ evidente che i fattori critici per la competitività sopra citati influenzano anche il benessere dei cittadini, ponendo l’accento sul legame effettivo tra fisco competitività e benessere.
Purtroppo non sono solo gli aspetti fiscali i principali colpevoli della nostra perdita costante di competitività, serve migliorare molte altre cose.
Dettagli
Deficit di bilancio, è la differenza tra i volumi delle entrate fiscali e quelli delle spese, calcolato solitamente su cadenza annua. Nel 2021 il rapporto deficit/PIL nazionale è quasi il 12%. Maastricht imponeva max 3%, si spera di riportarlo al 3,4 nel 2024.
Debito dello Stato, è la somma di quanto lo Stato deve ai creditori, ogni deficit di bilancio peggiora il debito. Il nostro rapporto debito/PIl che nel 2019 era 134% al 2021 è attorno 160% si spera in un calo al 152% nel 2024.
Il debito di Stato è male necessario ma deve produrre frutto (debito buono), è alimentato e sostenuto dai creditori. Purtroppo oltre certi livelli è sempre più difficile e caro avere creditori, poi c’è il crak delle finanze.
Il PNRR andrà ad aumentare deficit e debito nazionale, è vitale realizzarlo in modo molto efficace rispetto gli obiettivi attesi. Obiettivi che necessariamente dovrebbero essere solo quelli utili a risolvere le criticità che stanno portando alla decadenza il Paese, non altro, sarebbe folle usarli per altri scopi.
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