Gas serra quando e dove: l’analisi di due aspetti differenti per conoscere meglio il medesimo fenomeno
Il quando riguarda l’evoluzione temporale del fenomeno. I trend storici e quelli dei periodi più recenti.
Il dove riguarda la localizzazione geografica e l’analisi delle diverse condizioni abitative e di aggregazione umana, a maggior impatto.
Questo articolo illustra sinteticamente due aspetti del fenomeno emissioni climalteranti (GreenHouse Gases: GHG), una tematica complessa che richiede plurimi approcci di studio.
Lo studio complessivo dell’impatto ambientale dei gas climalteranti, oltre i due aspetti di cui sopra, deve tener conto anche dell’esistenza di altri effetti come quelli dovuti alle dinamiche di popolazione LINK e alla compatibilità ambientale delle fonti energetiche disponibili LINK .
E’ necessario anche conoscere, misurare e classificare anche quelle che sono le principali fonti di emissione, al fine di individuare le priorità di interventi LINK
Gas serra quando e dove: da fine 800 ad oggi
Potremmo dire che le emissioni di GHG hanno una “storia evolutiva” che ricalca quella dello sviluppo economico dei Paesi del mondo.
Le emissioni di gas serra sono in larghissima parte frutto della civiltà industriale, nel 1750 erano stimate in 11 milioni di tonnellate anno, negli anni 60 la cifra era 1.000 volte maggiore (quasi 10 miliardi di Ton), nel 2015 era più che triplicata (oltre 36 miliardi).
Quando l’economia ed il “peso” di un Paese sono in ascesa le sue emissioni aumentano, e viceversa. Lo studio dei trend dei GHG per singolo Paese offre spunti di riflessione su quelle che potranno essere le future evoluzioni della partita “riscaldamento globale”.
I trend storici mostrano che dall’inizio del 900 le emissioni antropiche di GHG iniziano a lievitare. E’ ben evidente un punto di flessione, nella curva di crescita, in concomitanza con la crisi economica del 29 negli USA.
Dopo la seconda guerra mondiale iniziò per tutti i paesi del blocco occidentale un’inesorabile salita. USA fece da apripista e la parte del leone, subito seguita dai Paesi Europei. Più tardi nel tempo e con minor impulso partì la crescita di URSS e Cina.
A fine anni 70 in concomitanza con la crisi petrolifera si nota una battuta d’arresto anche alle emissioni, dopo la crisi il trend emissivo USA riprende a salire, quello Europeo inizia un lento declino.
Negli anni 90 con la fine del blocco sovietico, anche per la Russia il trend si appiattisce, viceversa spiccano il volo le emissioni di Cina e India dalla fine anni 90 in poi.
L’ascesa del trend cinese si fa vertiginosa dopo il 2000 (da 4 a 10 miliardi di tonnellate anno) come mai prima era successo. Dopo il 2005 inizia anche per gli USA un trend in lenta discesa.
L’ultimo quinquennio registra un calo di emissioni dagli USA (che nel frattempo esce e poi rientra dagli accordi climatici) e UE, prosegue la decisa salita per Cina e India.
Gas serra quando e dove: Emissioni per singolo Paese e cumulate
Una degli eventi del 2015 fu “l’accordo di Parigi” dove 55 Paesi (produttori di più della meta delle emissioni globali) siglarono un accordo per la salvaguardia climatica.
Per capire quali siano stati gli effetti pratici dell’accordo di Parigi possiamo considerare i dati inerenti le emissioni registrate dal 2016 al 2020 (fermarsi al 2020 esclude parte dell’effetto covid e della crisi Ucraina) .
I dati sotto elaborati sono quelli delle emissioni di CO2 stimate sulle produzioni in base territoriale (senza considerare le emissioni “incorporate” nei beni scambiati tra Paesi). Si tratta delle emissioni CO2 da combustione di combustibili fossili utilizzate per produrre energia e cemento (non conteggiate le produzioni dovute agli interventi di modifica o cambio d’uso del territorio).
Questi dati considerando solo la CO2, non tutti i GHG, non sono esaustivi di tutte le tipologie e dei volumi di emissioni prodotte. Pur essendo dati parziali rappresentano una gran parte delle emissioni effettive, per tale ragione possono essere ritenuti significativi per studiare i trend mondiali.
Al 2016 la produzione di CO2 vedeva la Cina principale “inquinatore” con il 28,2%, seguita da USA al 15,99%, UE a 28 membri (con GB) 9% , India 7%, Russia 5% JPN 3,6%. In UE primato tedesco con 2,2% del totale mondiale.
La prima rappresentazione grafica illustra i trend emissivi 2016-2020, in miliardi di ton CO2, per le aree Cina, USA, UE a 28, India e Russia. La situazione post 2015 vede una decisa salita per la Cina e meno marcata per l’India, linea piatta per la Russia trend a calare per USA e UE.
La seconda elaborazione dei dati, produce due immagini, che rappresentano i volumi di CO2 prodotti dal 2016 al 2020 nelle aree analizzate. Il primo grafico considera i volumi in miliardi di Ton/anno prodotte, il secondo in valore percentuale.
Quello che vediamo quì sotto è il “contributo quinquennale” dato da ogni Paese o area economica, alla “cattiva causa” del riscaldamento globale, dopo i buoni propositi di Parigi.
Nei panni del Pianeta Terra
L’ultima elaborazione grafica dei dati, che si propone, potremmo definirla il punto di vista del pianeta. Si tratta dei valori complessivi annui rilasciati in atmosfera da tutte le aree analizzate. Purtroppo questi valori non corrispondono alle emissioni totali globali di GHG. Non sono totali completi perchè conteggiano solo la CO2. Non lo sono perchè i restanti Paesi del mondo aggiungono poi emissioni per almeno un ulteriore 40%, e non hanno preso impegni di mitigazione.
Il valore del 2020 indica un deciso calo ma è viziato dall’effetto lockdown Covid che ha bloccato i processi produttivi.
Nonostante il “rallentamento forzato ” 2020 la linea di tendenza complessiva è comunque in salita, purtroppo questa rappresenta quanto attenderci per il breve periodo futuro. Se questi sono stati gli effetti dell’accordo di Parigi forse lo strumento non è almeno per ora, quello adatto.
Gas serra quando e dove: città e mondo rurale
Le popolazioni mondiali non sono distribuite nei territori solo in ragione dei confini di Stato, lo sono anche secondo differenti modalità di aggregazione urbanistiche come per esempio aree rurali e aree metropolitane.
A tal proposito una variante interessante è il fatto che oltre il 50% della popolazione mondiale risiede in città, uno spazio che nel suo complesso corrisponde al 2% della superficie terrestre. Il dato importante è che questa fetta di popolazione è responsabile di oltre il 70% delle emissioni di tutti i tipi di GHG. Link
Lo studio sopra linkato dice anche che studiando 167 metropoli emerge come il 52% dei GHG complessivi da loro prodotte, proviene da sole 25 di queste megalopoli. I principali apporti proverrebbero dalle tre cinesi Handan, Shangai, Suzhou, poi Tokio, Mosca Istanbul.
Oltre al dato quantitativo appena esposto è interessante notare anche un aspetto qualitativo: nelle megalopoli di USA UE Australia le emissione pro capite per abitante sono decisamente superiori rispetto le altre economie.
Altro dato utile proposto dallo studio citato, è che nella maggior parte dei grandi agglomerati urbani (specie quelli Cinesi) il 70% delle emissioni di GHG deriva da processi di produzione energetica (energia elettrica e calore industriale). Nelle città i trasporti in particolare quello su strada possono arrivare a coprire sino al 30% delle emissioni prodotte. Forse in questi casi la priorità sarebbe ridurre le emissioni da produzione energetica più che da prasporto su gomma.
Nelle grandi città del mondo si registrano differenti trend delle emissioni di GHG . Nelle città delle economie più “sviluppate” le emissioni complessive e pro capite, tendono al calo, specie in UE (dal 2008 al 2016 si stima un risparmio di 1 miliardo di ton di CO2). Al contrario per le metropoli dei paesi “in via di sviluppo” le emissioni sono in continuo aumento.
Emissioni, stili di vita, luoghi comuni
I dati sopra esposti dovrebbero far capire anche che è erroneo credere che gli stili di vita più impattanti sul clima siano sempre e solo quelli dei paesi occidentali, da condannare e penalizzare.
Il Pianeta non emette sentenze ne giudizi, quelle sono abitudini umane.
Ricordiamoci che a volte sul banco degli imputati ci siano altri: nel 2016 questa la classifica per le produzioni di GHG pro capite annue. Quatar 45,4 T, Curacao e Trinidad Tobago 35 T, Kuwait Baharein, Brunei, Arabia Saudita 22 T, USA 16,5 Ton, Germania 11 Ton Cina 8,5 T, Italia 7 Ton, e via di seguito.
Dal punto di vista lotta al cambiamento climatico, l’atteggiamento: “studio la storia per individuare il colpevole della situazione attuale” è improduttivo. L’idea dovrebbe essere “studio la storia per evitare di ripetere gli stessi errori e migliorare la situazione futura“.
Tutti dati illustrati confermano l’opportunità di differenziare gli interventi di mitigazione tra stili di vita e modelli sociali. Confermano l’opportunità di innovare le modalità di produzione dell’energia, di “coordinare e affiancare” lo sviluppo di alcune economie mondiali in crescita.
In definitiva non tutti i tipi di sviluppo economico hanno stesso impatto, uno sviluppo selvaggio tipo “boom economico” del dopoguerra ha effetti troppo pesanti per il pianeta. E’ possibile però anche uno sviluppo sostenibile a maggiore intensità tecnologica e di conoscenza, con impatto potenzialmente meno marcato.
Come accennato all’inizio dell’articolo lo studio delle emissioni GHG richiede anche la conoscenza delle fonti emissive che le producono.
E’ noto a tutti che le principali cause di produzione di CO2, a grandi linee sono in maggior parte dovute alla combustione di combustibili fossili, e in minor misura alla produzione di cemento e alle attività di cambio d’uso del territorio. Sono però disponibili studi più dettagliati di cui parleremo nel prossimo articolo LINK
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