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Climate change e “mille e non più mille”

L’allarme climate change come il medievale mille e non più mille? riflessioni by partisan sulla salute del Pianeta

Climate change o anche “CO2 questa sconosciuta”. Nickname CO2, al secolo Anidride Carbonica o Biossido di Carbonio, a scelta. Gas costituito di una molecola di carbonio e due di ossigeno, prodotto tipico che si forma nei processi organici.

CO2 è un gas da sempre presente sul pianeta ma ormai identificato come aspirante agente di estinzione di massa. La sua natura eterea, impalpabile, non gli impedisce di bloccare il traffico e stravolgere l’industria automobilistica.

Climate change e mille e non più mille: una Terra senza gli umani

Parlare di CO2 significa parlare del ciclo del carbonio, uno dei principali cicli biogeochimici (vedi anche gli altri cicli gassosi: ciclo dell’ossigeno e ciclo dell’azoto) che permettono il perenne fluire degli elementi necessari alla vita sul Pianeta.

Co2 viene emesso principalmente da combustioni naturali di legna o di matrici fossili e dalla decomposizione di sostanza organica  (es. organismi animali e vegetali morti). Una quota di CO2 è emessa anche dalla respirazione degli animali (esseri umani compresi), processo che assorbe ossigeno e produce C02.

La CO2 una volta “emessa” passa all’atmosfera dove in parte viene captata dai vegetali. I vegetali grazie al processo della fotosintesi scindono le molecole di CO2, assorbono energia, liberano Ossigeno e immagazzinano il Carbonio nelle proprie strutture corporee.

I vegetali sono crocevia tra ciclo del carbonio e dell’ossigeno (assorbono acqua dalle radici, dalle foglie assorbono CO2 e liberano Ossigeno) con l’apporto dell’energia solare usata per la fotosintesi.

Nel ciclo del carbonio  fondamentale è anche il ruolo degli oceani. Essi assorbono il gas CO2 dall’atmosfera, lo trattengono e immagazzinano per poi rilasciarlo gradualmente nel lungo periodo. Gli oceani trattengono la CO2 nelle loro profondità e parte di essa è trasformata dai vegetali marini (come nei vegetali terrestri).

Gli oceani rilasciano gradualmente una quota di CO2 ma in misura sempre inferiore a quanta ne assorbono (si stima un’emissione annua del 30% di quanto assorbito). Si stima che gli oceani contengano almeno  fino a 50 volte il contenuto complessivo di CO2 presente in atmosfera. approfondimento

In assenza del “fattore umano” emissione ed assorbimento di CO2  sarebbero teoricamente (in assenza di altri fattori naturali climalteranti) in equilibrio e il ciclo del carbonio funzionerebbe perfettamente, prevenendo alti livelli di CO2 in atmosfera.

Climate change e mille e non più mille: la Terra con gli umani

Sulla Terra da millenni esistono anche gli umani e gli effetti delle loro attività impattano sui cicli naturali.

L’attività antropica interferisce nel ciclo naturale del carbonio, le cause sono individuabili nella combustione di fonti fossili, nell’agricoltura e in altre attività produttive.

Il volume di CO2 di provenienza “antropica” è legato alla numerosità della popolazione umana e ai suoi stili di vita, purtroppo tale volume è in costante aumento (sviluppo sostenibile).

Fino che i volumi di CO2 antropica restano sotto certi limiti, essi vengono assorbiti e  “neutralizzati” dal ciclo del carbonio stesso (si tratta di un equilibrio “dinamico” che sopporta alcuni surplus). Nel momento in cui è superato il limite di “tolleranza” naturale, l’eccesso “antropico” di gas non assorbito dal ciclo del carbonio, determina un surplus di CO2 in atmosfera.

L’impatto più noto causato dell’eccesso di CO2 in atmosfera è il surriscaldamento climatico climate change, dovuto all'”effetto serra” (approfondimento). Anche altri gas determinano effetto serra ma per molti studiosi il principale riferimento è la CO2.

Attualmente la produzione di CO2 di natura antropica rappresenta circa una ventesima parte delle emissioni di CO2 naturalmente presenti in atmosfera. Dell’attuale apporto antropico di CO2 si stima che circa il 40% sia “neutralizzato” da vegetali e oceani (ciclo del carbonio), il restante si accumula in atmosfera dove “accelera” l’effetto serra.

Per curiosità si noti che la normale attività vulcanica produce CO2 in valore cento volte minore dell’apporto antropico (considerazione non valida per un’eventuale attività vulcanica “eccezionale”, come già fu in ere remote).

Si stima che l’impatto antropico degli ultimi 120 anni abbia determinato un aumento di 100 PPM di CO2 in atmosfera (su un totale attuale di 390-400 PPM).

E’ per questa serie di motivi che si ritiene necessario mettere un freno al continuo aumento delle emissioni antropiche: il loro “abbattimento” dovrebbe aiutare la natura a rimettere in equilibrio il ciclo del carbonio riportando così “sotto controllo” il rialzo di temperatura globale.

500 PPM di CO2 sono la linea rossa?

Gli scienziati che lanciano l’allarme “climate change” sostengono che al superamento della concentrazione atmosferica di 500 PPM di CO2 sarà irreversibile l’avvio di una fase climatica più calda e pericolosa.

Con PPM si intendono Parti Per Milione, unità di misura della concentrazione di CO2 in atmosfera.

Secondo queste visioni restare sotto 500 PPM di Co2 permetterebbe di non superare i 2°C di incremento della temperatura media rispetto i livelli preindustriali.  I livelli preindustriali corrispondono all’epoca prima della rivoluzione industriale, con 280 PPM di CO2 stimate in atmosfera.

Sul fatto che sia ragionevole e credibile fissare un limite inderogabile in un contesto intricato e complesso come quello del “clima sulla Terra”, però sussistono dubbi. E’ un aspetto del quale poco si spiega al pubblico, non si dibatte, poco si trova scritto.

Per chiunque abbia un minimo di formazione scientifica è difficile accettare l’idea che fino a +1,99°C tutto va bene e a +2,01°C scatta l’apocalisse irreversibile.

L’obiettivo di non superare i 2°C fu “assunto” dai partecipanti  all’accordo sul clima di Parigi del 2015.

Nel 2020 è stata registrata una temperatura media  superiore di 1,25°C rispetto il valore preindustriale, e di 0,6°C superiore la media del periodo 1981-2000. Nel 2020 eravamo quindi a -0,75°C dal limite dei fatali +2°C internazionalmente stabiliti. 

Prendere atto che poi nel 2021 al COP 26 di Glasgow,  il limite “ultimo” stabilito, è stato “rivisto” scendendo da +2°C a +1,5°C, certo non sopisce i dubbi. La scelta del limite fatidico si basa su consistenze scientifiche o è frutto di mediazione politica sotto la spinta di attivisti e lobby?  Si potrebbe dire che “ci hanno avvicinato” all’apocalisse per “accordo internazionale”, ora saremmo a soli -0,25°C dalla fine.

Sappiamo per certo che la concentrazione di CO2 in atmosfera negli ultimi decenni è in rapido aumento e idem le temperature sul Pianeta. Non possiamo essere così sicuri che CO2 sia l’unico attore in gioco nel climate change, ne che sia possibile stabilire a priori una soglia di non ritorno ne la tempistica entro cui evitarla. Nessuno sembra poter garantire la ricetta giusta.

Sostituire "mille e non più mille" con "500 e non più 500 ppm"

Quando i governi (o altri soggetti) vogliono “condizionare e guidare” il comportamento dei cittadini, è più efficace adottare una tecnica comunicativa che semplifichi il messaggio sino all’eccesso. Impensabile nel caso della “questione climatica”, una comunicazione di massa imperniata sulla reale complessità dei fenomeni naturali, non verrebbe recepita.

La ripetizione continua, quasi ossessiva, proveniente da più fronti, di un messaggio semplice e che colpisca emotivamente (stimola la paura dell’estinzione e dell’irreversibile, i sensi di colpa collettivi) che identifichi un nemico comune è tecnica nota da tempo. Nella Storia degli uomini è successo più volte, spesso con esiti deleteri. E’ la tecnica comunicativa utilizzata anche per l‘allarme climate change

Questo tipo di comunicazione non è nuova, si pensi al medievale “mille e non più mille“, oggi a noi pare follia ma dal punto di vista logico “500 o non più 500 PPM” non è molto differente, e neppure lo è “1,5°C o non più 1,5°C”. Per “funzionare” questo tipo di messaggio devono contenere un termine ultimo oltre cui “il non ritorno“, non importa se la “fatidica scadenza” non sia concreta o logica, deve esserci comunque. 

L’essere umano è strano, se ascolta una cosa che non condivide contesta chi la pronuncia, se però a dirla sono in molti finisce per crederla, forse è il potere dell’archetipo del branco!.

Questo modo “catastrofista” di comunicare il climate change ha però un limite: funziona fin quando appare credibile il messaggio con relativo “ultimatum”, se poi la realtà inizia a presentarsi diversa e il dramma paventato non arriva, tutto crolla. Il rischio è quello di “al lupo al lupo” con i suoi deleteri effetti del calo di attenzione al rischio vero. 

Ricordiamo il famoso tweet della Tundberg che sanciva 5 anni per sospendere l’uso del fossile pena l’inizio della fine del mondo, ultimatum scaduto nel Giugno 2023 e tweet cancellato. A New York in Union Square l’orologio “climate clock” scandisce il tempo restante alla fine del mondo, iniziativa ripresa in altre città, si parlava di sette anni restanti, vedremo alla scadenza nel gennaio 2028.

Questo tipo di comunicazione richiede che sia tenuta sempre viva la percezione del pericolo. Di conseguenza qualsiasi evento drammatico, che un tempo magari era comunicato e spiegato in altri modi, oggi è collegato esplicitamente al climate change: ogni giorno un nuovo evento a rafforzare il messaggio mediatico. L‘estate con il suo caldo è la stagione più indicata per intensificare il messaggio ed entrare nella psiche.

Quando per vari motivi (pandemie e guerre) cala la pressione comunicativa, la bolla emotiva si sgonfia, e la strategia vacilla, l’ansia collettiva si sposta su altri argomenti.

Ognuno può riflettere e giudicare se siamo di fronte a questa precisa strategia di comunicazione o meno. Uno degli elementi di riflessione potrebbe essere la domanda: CO2 è l’unica causa del riscaldamento climatico?  

CO2 è l'unico colpevole del Climate change?

Questa domanda divide le persone in fazioni, quasi come allo stadio, chi è convinto di sì e chi no, catastrofisti contro negazionisti o anche pensiero dominante contro pensiero libero ecc.

Potrebbe essere che la verità stia a metà tra i contendenti? Assunto come fatto innegabile che   temperatura e CO2 sono in rapida ascesa, come sostengono gli uni, si dovrebbe dare atto anche di altri fatti ormai acclarati e segnalati dagli altri. Ecco in sintesi:

Tutti sanno che tra i gas ad effetto serra non esiste solo CO2, occorrerebbe allora allargare l’analisi a tutti i gas serra. Questa operazione è stata fatta e risulta che la somma dell’effetto “CO2equivalente”  di tutti i gas serra GHG (vapore acqueo escluso), presenti in atmosfera (sommati alle attuali 400 PPM circa di sola CO2) supererebbe senza problemi e già oggi la soglia delle 500 PPM. Dovremmo quindi già considerarci “irreversibili”?.

E’ assodato che anche in periodo precedenti la rivoluzione industriale si registrarono fasi di riscaldamento globale. La Storia ricorda il passaggio di Annibale sulle Alpi con elefanti al seguito, favorito dalla scarsa estensione dei ghiacciai, nel cosiddetto periodo del “caldo Romano”.

E’ noto ma poco condiviso, che milioni di anni fa quando ancora non esisteva effetto antropico, ci furono periodi (ere) nei quali le concentrazioni di CO2 arrivarono a superare anche le 4.000 PPM CO2 e contemporaneamente sul Pianeta era in atto una fase di glaciazione. In altri periodi remoti invece, in presenza di concentrazioni di CO2 analoghe ad oggi (400 ppm) la temperatura era di 10-15°C superiore ed il livello dei mari più alto di 30-40 mt, la calotta artica sciolta. Questo perchè insieme alla CO2 altri fattori intervengono a determinare la temperatura del pianeta. approfondimento

La scienza insegna che il fattore CO2 non è l’unico ad influenzare la temperatura terrestre, altro grande attore è l’attività solare e la quantità di energia che essa invia sulla Terra. L’attività solare non è costante ma cambia nelle varie ere,  essa può mitigare o viceversa peggiorare l’impatto dell’effetto serra sul clima. Prima dell’insorgere dell’eccessiva emissione GHG antropica, il sole ha rappresentato nella storia della Terra il principale “driver” dei cambiamenti climatici che si sono verificati lentamente nel corso dei millenni.

La regolazione naturale della temperatura terrestre è un sistema complesso nel quale intervengono più fattori con differenti tempi e impatti. Nella regolazione climatica ha un ruolo l‘atmosfera terrestre che da una parte deflette la radiazione del sole e dall’altra attiva l’effetto serra, hanno ruolo anche i poli e le superfici innevate. C’è il ruolo dei mari con le loro correnti oceaniche, è dai mari stessi che si formano le nubi assorbendo calore e movimentando masse d’aria.

Di fronte a tanta complessità e a tanta Storia, la scelta di concentrarsi su un solo fattore critico, rappresentato dalla CO2, e stabilirne “sulla carta” un valore limite (500 PPM) a spartiacque di due mondi, forse non è la scelta più adeguata ne quella più conforme al reale, probabilmente non sarà la scelta definitiva o risolutiva. 

Per affrontare un contesto problematico quale è il climate change,  converrebbe considerare tutte le variabili in gioco per capire come meglio muoversi.

Emissioni zero? certo, ma come le misuriamo?

Lascia perplessi il fatto che coloro i quali ritengono le emissioni di GHG il problema dei problemi, ammettano di non essere in grado di misurare e conoscere esattamente le proprie stesse emissioni.

Effettivamente tra gli impegni presi dai 195 Paesi che hanno sottoscritto il COP 26 di Glasgow è quello di “dichiarare” entro il 2024 (tramite tabelle e format per reporting di trasparenza) i volumi delle proprie emissioni di GHG. Questo comporta la necessità di misurare le proprie emissioni.

Conoscere con precisione le emissioni GHG (gas ad effetto serra) di ognuno è necessario per poter fare progetti, misure, stime e paragoni credibili. Nessuno oggi pare in grado di misurare precisamente le proprie emissioni. Purtroppo inoltre  molti Paesi, specie quelli in via di sviluppo non dispongono affatto di tali dati.

L’assenza di un sistema di misurazione e monitoraggio affidabile e preciso è un ostacolo all’efficacia della lotta al climate change. 

Quando si parla di interventi di mitigazione dell’effetto serra, tra i punti critici che emergono alcuni sono proprio correlati al “non sapere misurare le emissioni“. Per esempio quello della effettiva difficoltà di controllare i risultati ottenuti dalle azioni di mitigazione attivate. Problematica è anche la misurabilità degli impegni assunti dai Paesi e la fattibilità della successiva verifica del mantenimento degli impegni. 

Queste carenze impediscono a molti osservatori di nutrire una ragionevole  aspettativa di successo nel raggiungimento degli obiettivi stabiliti negli accordi internazionali. Obiettivi magari pubblicizzati in modo roboante ed assoluto tipo “emissioni zero“, che difettano in credibilità e si configurano più come “promesse da politico” che discorsi scientifici.

Nel 2026 dovrebbe partire il progetto Copernicus CO2M Sentinel, LINK un sistema integrato di rilevazioni spaziali tramite satellite e rilevazioni locali a terra. Obiettivo del progetto è mettere a punto tecniche efficaci per monitorare e misurare le emissioni di CO2 in atmosfera, discernendo tra quelle di origine antropica e naturale. 

L’aspettativa è che l’acquisizione di questi nuovi dati assieme a una migliore conoscenza del ciclo naturale del carbonio (con focus sugli scambi tra atmosfera oceani e terre emerse), permettano a breve di comprendere la questione riscaldamento globale come ancora non sappiamo fare.

Altro elemento oggetto di studio è la conoscenza “qualitativa” delle quantità di GHG prodotte, le cosiddette “impronte di carbonio individuali“, di centrali, industrie, città ecc, utili a mettere a punto misure di contrasto più efficaci.

Al momento le più difficili da misurare e monitorare sono le emissioni derivate da “uso del territorio” come per esempio è la deforestazione. La misura è particolarmente difficile in zone non sviluppate, questo tipo di emissioni possono arrivare al 10% del totale delle emissioni antropiche di CO2.

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Tag: , , , Last modified: 8 Agosto 2023