Lei parla burocratese: scusi ma noi parliamo la stessa lingua?
Ufficialmente il burocratese è una lingua che non esiste, nonostante ciò può creare fastidiosi problemi ai cittadini.
Il burocratese altri non è che la modalità tipica e codificata utilizzata dai burocrati di tutto il mondo per esprimersi e scrivere.
Già i Padri Costituenti riconoscevano l’esigenza che la Pubblica Amministrazione si esprimesse in modo semplice e comprensibile anche per i non addetti ai lavori. L’art 98 della Costituzione (vedi per rapporto burocrazia-Costituzione) sottolinea la necessità che la Pubblica Amministrazione sia al servizio dei cittadini e di conseguenza deve anche farsi da loro capire chiaramente.
Già nel 2002 una Direttiva del Ministero della Funzione Pubblica metteva l’accento sull’efficacia dell’aspetto “comunicativo” che gli atti amministrativi devono soddisfare.
Possiamo tranquillamente dire che sostanzialmente i burocrati hanno sempre continuato e continuano a parlare la loro “lingua” senza preoccuparsi di Direttive o dei problemi degli utenti.
Come è fatto il burocratese?
L’impatto con il burocratese ci mette di fronte a una lingua formale, complessa, poco chiara, prolissa, lontana dal parlare comune. Una lingua che si presta a più interpretazioni.
A volte il burocratese viene anche chiamato: antilingua, burolingua, lingua burocratica, comunicazione istituzionale, ecc.
Ecco due definizioni di burocratese che circolano in rete:
- La lingua della burocrazia e dei burocrati, involuta e astrusa, infarcita di termini tecnici e giuridici e del tutto estranea al parlare comune nei costrutti sintattici
- Il linguaggio peculiare dei pubblici uffici, spesso grammaticalmente e sintatticamente arbitrario, e soprattutto alieno dal buon senso.
Per entrare nel merito della natura del burocratese riportiamo la parte introduttiva che l‘enciclopedia Treccani riserva al nostro soggetto: E’ il linguaggio delle amministrazioni (pubbliche o private). In Italia è caratterizzato da un lessico e da costruzioni sintattiche particolari che lo rendono lontano dal linguaggio comune e comprensibile.
E’ caratterizzato da:
– Termini ricercati, parole non comuni a volte presi da testi letterali. Ad esempio esborso (spesa); una lettera inesitata (lettera non spedita).
– Espressioni latine derivanti dal linguaggio giuridico: de facto, de iure, ad valorem ecc.
– Neologismi con un proprio stile. Es: utilizzo, allaccio, subentro. Se si può scegliere tra due termini, uno che classifica il testo come burocratico e uno normale è preferibile quest’ultimo.
– Accosta nello stesso testo elementi arcaici (locuzioni latine) a prestiti da altre lingue perché c’è l’intenzione di far vedere una certa efficienza e modernità. Es: partnership, breefing, sharing ecc.
– Tendenza ad usare eufemismi per non essere troppo espliciti, ad esempio quando si parla di soldi e licenziamenti. (Es. Corresponsione di una somma= pagare).
– Verbo generico più sostantivo: portare a conoscenza invece che informare, porre fine invece che finire.
– Sovrabbondanza di locuzioni eccessive tipo “apposito spazio”: apposito da solo marca il testo come burocratico.
– Sintassi pesante con tanti incisi. Tipico del linguaggio è l’inserimento di subordinate lunghe prima della principale.
– Stile impersonale per rendere distante la comunicazione (non si vuole instaurare un rapporto diretto).
Usando una sola parola possiamo dire che la caratteristica del linguaggio amministrativo è la pesantezza, che a sua volta produce fatica e ambiguità nella fase di ricezione e decodifica dei messaggi da parte degli utenti.
Alcuni esempi di burocratese
Tipico del burocratese è l’uso di parole “inusuali” nel linguaggio parlato dagli italiani, troviamo parole “arcaiche” ormai desuete affiancate a “tecnicismi” a volte di derivazione anglosassone e che intendono solo gli addetti.
Negli atti amministrativi troviamo “serialmente”: parole antiquate, tecnicismi incomprensibili, sigle e neologismi, frasi lunghe verbose e complesse, logiche tortuose e confondenti.
Tipica la composizione delle frasi farraginosa prolissa e complessa, un labirinto dove è facile perdere il filo o il soggetto del discorso, dove spesso si viene rimandati a documenti (atti- leggi) monumentali senza aiuto nella ricerca.
Il lettore non esperto dovrà rileggersi più volte la stessa frase-capitolo per ben comprendere ciò che il burocrate vuole dire. La scienza conferma che di fronte a frasi troppo lunghe e annidate di frasi subordinate il cervello ha difficoltà maggiori di comprensione e concentrazione.
Ecco una serie di termini presi dal “burocratese verace“: afferente, all’atto, a latere, atteso che, attenzionare, comprovante, computare, configurarsi, contestazione, corresponsione, detenere, devolvere, emolumenti, espletare, espresso in narrativa, in calce, introitare, nelle more di, mancato accoglimento, piego, previo, proventi, sancire, verbalizzare, teste fidefaciente.
Il burocrate ama anche pescare all’estero: help desk, best practice, citizen satisfaction, tax compliance ecc.
Tutto questo determina che il burocratese diventa un linguaggio a limitato effetto comunicativo i cui difetti di base sono l’essere poco facile da intendere e da interpretare in modo univoco e certo.
A questi difetti si aggiunge l’aggravante che i burocrati sono abituati ad “annunciare con enfasi” l’esistenza delle loro attività. Purtroppo non si preoccupano mai di verificare il livello di comprensione di quanto scrivono o dicono. Chi vuole veramente comunicare oltre che lanciare un messaggio ne verifica la comprensione da parte dell’interlocutore.
La Pubblica Amministrazione che davvero prende a cuore le sorti del cittadino, per prima cosa dovrebbe utilizzare un linguaggio “ad uso del cittadino“.
Perchè questa neolingua esiste e resiste?
Come mai la burocrazia rinuncia a un modo di comunicare più immediato e efficace? si possono elencare una serie di motivi ma nessuno può giustificare questa scarsa trasparenza e complessità inutile. Eccone alcuni:
- Un primo motivo è che la burocrazia utilizza le modalità di comunicazione e di stesura dei propri atti e documenti come fossero strumento di schermo e difesa, nei confronti del mondo esterno. Il burocratese è utilizzato come cortina fumogena per nascondersi, sottrarsi alle responsabilità. Molti Burocrati sono riluttanti a chiamare le cose in modo semplice e a far trasparire chiaramente a chi sono assegnate le varie responsabilità.
- Spesso i burocrati soffrono di una sorta di complesso di inferiorità rispetto gli operatori dei settori privati. Di conseguenza per darsi un’immagine migliore sono portati a non esprimersi con frasi semplici e concise, amano appropriarsi di complicate citazioni altrui, adorano le parole altisonanti.
- Alcuni burocrati vivono nel terrore di non saper convincere gli altri delle loro scelte e competenze, di conseguenza infarciscono i loro atti di motivazioni inutili. Si arriva così a frasi lunghissime e contorte, complicando la comprensione, generando ambiguità.
- Una volta che si diventa burocrate scatta un meccanismo che porta ad assumere il “linguaggio dell’ambiente” dimenticandosi del resto del mondo fuori dal palazzo. Una sorta di conformismo non solo dei comportamenti ma anche del linguaggio. Un “dress code” del comunicare. E’ come se il “modo burocratico” richiedesse la rinuncia a parte della propria personalità in cambio di riconoscimenti e premi.
Drafting normativo strumento per migliorare
Il tema del miglioramento delle modalità di scrittura degli atti e documenti amministrativi è ormai pluridecennale, non siamo agli albori, molto è già noto. Stiamo parlando del cosiddetto “drafting normativo“, gli strumenti e le tecniche per redigere con successo testi normativi.
I testi normativi Italiani mostrano una serie di difetti seriali, una sorta di marchio di fabbrica. Dipende dal fatto che gli atti amministrativi sono “fatti in serie” il burocrate segue una routine. Vengono utilizzati una struttura standard che guida l‘impostazione degli atti e una serie di termini abituali.
La modalità più gettonato per scrivere un atto una Legge o simili è il “copia incolla” applicato ad atti precedenti (l’innovazione informatica può essere controproducente), così si trasmettono le “cattive abitudini”.
Dobbiamo considerare che i nuovi entrati nella PA non provengono da percorsi di studio dedicati (in Italia mancano un iter di studi per la carriera di burocrate), imparano a scrivere Atti dai colleghi esperti che a loro volta fecero lo stesso. Durante la carriera si partecipa a corsi di formazione, quasi sempre però inerenti competenze innovative, si danno per scontate le competenze di base come il drafting normativo, peccato.
Da anni circolano guide e studi sulla nuova “arte” del “drafting normativo“, insegnano come migliorare le modalità di scrittura di Atti e Leggi. Drafting normativo (già il termine anglofono potrebbe non piacere): la “buona scrittura” degli atti.
E’ dal 1986 che vari ministeri nazionali producono guide per il drafting normativo, obiettivo è aiutare i burocrati a produrre documenti facili alla comprensione di tutti, sintetici, chiari e precisi giuridicamente, coerenti nelle terminologie utilizzate, con sintassi leggera e abbordabile.
Purtroppo ancora non vediamo effetti tangibili di questo lodevole sforzo, potremmo dire che il mondo burocratico “si oppone fieramente”. Per averne idea basta leggersi qualche progetto o bando del PNRR o il PNRR stesso! vedi per esempio
I suggerimenti più gettonati
Secondo i suggerimenti del “drafting normativo” dovremmo curare una Legge o un Atto amministrativo da due punti di vista:
- aspetto formale: utilizzando criteri di scrittura che favoriscano la comprensione limitando la VAGHEZZA dei termini utilizzati e la possibile AMBIGUITA’ della loro interpretazione
- aspetto sostanziale: preoccupandosi di valutare a priori il possibile EFFETTO del testo sull’utenza. Capire impatto e fattibilità del testo normativo.
Si noti, e non è fatto positivo, che è molto maggiore il materiale disponibile e l’esperienza di chi si è dedicato agli aspetti formali del drafting normativo. Meno lavoro è stato ed è fatto riguardo l’aspetto sostanziale del drafting.
Questo è ulteriore dimostrazione che l’attenzione della PA è più concentrata sull’aspetto che sulla sostanza delle cose!. Se effettivamente si vuole cambiare è necessario anche mutare la prospettiva con cui si guardano le cose, riflettere se le nostre priorità (della PA) combaciano con quelle degli utenti e adeguarle.
Ecco alcuni suggerimenti presentati in modo ultra sintetico
- Preferire l’utilizzo del linguaggio comune.
- Spiegare i termini tecnici e le sigle utilizzate, oppure sostituirli con termini correnti: pagamento invece di oblazione, richiesta al posto di istanza.
- Usare frasi brevi (le frasi lunghe sono più difficili sia da capire che da ricordare) che sviluppano un unico concetto, non superare le 40 parole.
- Utilizzare i verbi in forma attiva e affermativa, per dare maggior chiarezza alle frasi.
- Scrivere frasi semplici e chiare, meglio se con un solo verbo che sostiene un solo soggetto.
- Coerente utilizzo di maiuscole e punteggiatura.
- Non utilizzare neologismi (esternalizzato) parole straniere (drafting!) latinismi (more uxorio).
- Quando possibile limitare l’uso del congiuntivo, meglio l’indicativo e l’infinito, se ne ottiene minore ambiguità nelle frasi.
Per quando riguarda la carenza di “valutazione sostanziale” preventiva degli atti amministrativi, bisogna sforzarsi di “immaginarli applicati” e capire quali elementi di difficoltà essi potrebbero far insorgere, mettersi nei panni delle varie tipologie di utente che avranno a che fare con questi Atti.
Bisognerebbe rendere abituale questo passaggio preventivamente alla pubblicazione di un testo normativo. Ottima idea può essere sperimentare a priori l’effetto dell’Atto pubblico somministrato a un panel di utenti e raccoglierne i suggerimenti per eventuali modifiche.
Alle valutazioni ex ante di una testo si può anche aggiungere una fase ex post (quando l’Atto è a regime) di verifica del livello di comunicazione effettivamente raggiunto. Servirà a completare la casistica scolastica e le “buone pratiche amministrative”.
Naturalmente è consigliatissima una formazione del personale sui contenuti e l’importanza del drafting. Una formazione non di facciata ma con efficacia verificata a fine corso.
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